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Marcello Marchesi
579 quotes
“La droga non serve per viaggiare nei ricordi, ma per viaggiare nella fantasia. (cap. X; p. 73)”
Marcello Marchesi (1912–1978) said by 1978 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“E poi il dolore anche inutile, anche ingiusto, non andava mai sprecato. Si devolveva in sconto dei peccati. E se non si avevano peccati personali, andava in sconto del Peccato Originale, vecchio debito di famiglia, contratto dai nonni Adamo ed Eva e mai estinto nei secoli, per il peso eccessivo degli interessi celesti. (cap. XI; pp. 75-76)”
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“E poi stavo sempre lì tra i piedi, come mercoledì. (cap. XI; p. 78)”
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“A quei tempi, al sabato sera, circolavano per le strade molti ubriachi. L'osteria era l'unico svago dei lavoratori mal pagati e mal nutriti, cui il solo odore di un bicchiere di vino dava subito alla testa. (cap. XI; p. 83)”
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“Però, nel suo russare, c'era tutta una gamma di rantoli, di trombonate e di stop improvvisi, quasi a commento di quanto gli risuonava intorno. (cap. XI; p. 85)”
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“Il lessico delle zie era vario, colorito e composito. Un montaggio di proverbi ritoccati dall'uso; di modi dialettali adattati a lontani e segreti episodi di famiglia; il finale di una storiella piccante di cui non si conosceva la prima parte; il titolo di una farsa da parrocchia; il soprannome di uno sconosciuto. A volte due versioni della stessa parola. Per esempio, gli ortaggi crudi, intinti in oliosalepepe, venivano chiamati "pinzimonio" alla mia presenza, e "cazz'imperio" quando io mi trovavo di là, a origliare dal buco della serratura. (cap. XI; p. 88)”
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“Fino a poco tempo fa mi riposavo con il rimorso. Mi sembrava di perder tempo, di lasciarmi sfuggire le ore come monete d'oro da una tasca bucata. Dev'essere Roma che fa quest'effetto. Qui il tempo non ha importanza, non c'è un orologio che segni un'ora giusta. Anch'io, ora, posso perdere tempo. (cap. XVII; p. 117)”
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“Anche le zie usavano chiamare suffragette le donne che la buttavano in politica. Io pensavo che "suffragetta" fosse una donna con la frangetta, come Lilì Pons in Varieté. (cap. XVII; p. 119)”
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“La strada per arrivare a casa non finisce mai. (cap. XVII; p. 119)”
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“Gabriella ride, ma non come riderebbe se queste cose le sentisse per la prima volta. Ride a sentirne riparlare. (cap. XVIII; p. 121)”
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“Ore 9: lezione di chimica (1941) – sceneggiatura”
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“Catene invisibili (1942) – sceneggiatura”
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“Stasera niente di nuovo (1942) – sceneggiatura”
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“Totò al giro d'Italia (1948) – sceneggiatura”
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“L'imperatore di Capri (1949) – sceneggiatura”
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“Figaro qua, Figaro là (1950) – soggetto e sceneggiatura”
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“Totò sceicco (1950) – sceneggiatura”
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“Tototarzan (1950) – sceneggiatura”
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“La paura fa 90 (1951) – soggetto e sceneggiatura”
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“Totò terzo uomo (1951) – sceneggiatura”
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“Una bruna indiavolata! (1951) – sceneggiatura”
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“L'incantevole nemica (1953) – soggetto”
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“Totò lascia o raddoppia? (1956) – sceneggiatura”
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“Un episodio che mi fa amare Raimondo. Bombardamento. Batteria contraerea inceppata. Tutti via per i campi, lunghi stesi fra le zolle a bocca sotto. Mentre l'inferno continua, Raimondo si alza, solleva una zolla meno dura delle altre, la soppesa, si guarda in giro e la getta con forza sull'elmetto di un artigliere, rannicchiato e tremante. "Aiuto... sono stato colpito... mamma!" Raimondo si distende vicino a lui. "Non è niente. Sta' tranquillo, sono stato io. Ti ho tirato un po' di terra, sei contento? Di' la verità: sei contento che sia stato io? Pensa se era una scheggia. Allegro, era uno scherzo." (p. 27)”
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“Per dire chi è coso, lì, comesichiama, chi è questo Amedeo. È uno scrittore. Molti, ancora oggi, credono che questa parola voglia significare: scrivano, scritturale, impiegato che scrive, maestro di calligrafia e anche pittore di insegne. Invece Amedeo scrive e basta. Intinge la penna nel cervello e scrive. Ha molta fantasia, però gli manca la cosa, la, comesichiama, gli manca la memoria. Fantasia tanta, memoria niente. Forse perché sta sempre a pensare alle parole da mettere in bocca a qualche personaggio inventato da lui e, nello stesso tempo, a quelle da imboccare a un altro personaggio che risponde al primo che, poi, a sua volta, non può restare, tutto a un tratto, a bocca aperta senza ribattere qualche cosa, sennò si ferma tutto. (cap. II; p. 25)”
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“Tutte le sere, prima di andare a letto, beve un fiasco di vino per neutralizzare tutta la simpamina liquida, il Deadin e tutti gli altri stimolanti convenzionali (come il caffè o la CocaCola con l'aspirina) che prende all'alba, per svegliarsi dal torpore alcoolico della sera precedente e mettersi a lavorare alle sue sceneggiature. Fuma a stantuffo, ma fra quelle nuvole che gli avvolgono la testa, avanzano come guerriglieri mimetizzati parole, idee, invettive. È sempre preceduto da se stesso. Sa ciò che pensa quando ascolta ciò che dice e dice sempre ciò che pensa. Pene al pene, culo al culo. Parole sue. (cap. IV; p. 41)”
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“Questo" disse indicandomi una specie di girino allungato "è lo spermatozoo, che molti si ostinano a chiamare ancora cicogna." "Quando volano le cicogne?" "Quando volano le cicogne, gli uccelli hanno già volato." Mi presentò il processo di ovulazione come una partita di calcio. "Lo spermatozoo, come un piccolo pallone, cerca di entrare nella porta (ovulo) superando una infinità di ostacoli e di nemici. Se fa goal, nasce un pupo." Poi un bel giorno, quando pensò di avermi spiegato tutto, ma proprio tutto disse: "Basta con la teoria, fra due anni passeremo alla pratica. In ogni modo ricorda: fare all'amore è il tentativo dell'uomo di rientrare nel grembo materno dalla parte da cui è uscito, cominciando con la parte, grazie alla quale, è entrato." (cap. XI; p. 80)”
Marcello Marchesi (1912–1978) said by 1978 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Ogni "accadimento" che mi riguardasse aveva la sua frase di corollario. Se dimenticavo di chiudere una porta alle mie spalle, la zia più vicina, continuando nelle sue faccende, gridava al vento: "Cani, ruffiani e figli di mignotte, lasciano sempre aperte le porte." Subito le faceva eco, dalla cucina, un'altra zia: "Che ci vuoi fare? Lui abita al Colosseo." Se a tavola mi dedicavo più al companatico che allo sfilatino, s'innalzava tutt'a un tratto un coro: "Il pane è bianco, la bocca è scura, il pane è bianco, e ci ha paura." Se digerivo ad alta voce, interveniva zia Esther: "All'epoca di Troia li chiamavano sospiri." (cap. XI; pp. 88-89)”
Marcello Marchesi (1912–1978) said by 1978 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“La vita fu difficile subito. Andò a parlare con l'elefante dello zoo, ma era indiano e non si capirono. Amedeo era un elefante africano, un elefante di El Alamein. Anche con il "Pulcino della Minerva" il discorso fu difficile. Era di marmo. La cosa che lo disturbava di più era lo schioppettìo delle orecchie quando le tendeva. Lo stesso rumore che si ottiene aprendo un ombrello con decisione. Aveva dei problemi; doveva mangiare, bere. Si presentò al direttore dello zoo. Gli offrirono la paga di un normale elefante: otto chili di crusca, otto di segale, due di riso, ventinove di fieno, più la paglia del giaciglio, se gli piaceva, e centocinquanta secchi di acqua al giorno. (cap. XV; p. 112)”
Marcello Marchesi (1912–1978) said by 1978 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source