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Giovanni Pascoli
241 quotes
“Or ella va con la canestra in capo, | lungo la verde Savena, ai serragli, | alle aspre porte, alla città turrita, | recando l'uva paradisa, d'oro. | Ora non canta: canta sì la verla; | fischiano sì le pispole di passo; | anco le rondini: elle vanno in branco | dolce garrendo a ripulirsi al fiume. | Vede ella i meli rosseggiar di pomi, | vede curvare i peri a terra i rami; | l'api bombire, ode ronzar le vespe | e i calabroni in mezzo al dolce fico. (Lusignuolo e Falconello, IX, vv. 1-12)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Fu il venerdì, ch'era dolore e sangue | e la battaglia al Prato delle rose. | Bello era il tempo e tralucente il giorno. | Enzio era volto a dove nasce il sole. | Di là! l'altr'anno, sorgere una stella | soleva, lunga, che parea selvaggia | del cupo cielo, e lo fendeva in fuga, | lasciando il segno come una ferita. (La vedetta, I, vv. 1-8)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Suonano qua e là da' battifredi | or fioche or chiare tutte le campane. | Passa la trecca, passa il pesciaiuolo, | la merce sua cantando ognuno a prova. | Vengono, a frotte, ai portici le donne, | quando si sforna, a comperare il pane. | A quando a quando ora su questa torre | ora su quella tubano i colombi. | E s'ode ancora il canto del giullare | già rauco, e un aspro suono di vivuola. (La mischia, IV, vv. 27-36)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“E suona la campana del Comune | a tocchi tardi. Ella è sonata a soga. | Buon artigiano, cessa l'opra: è notte. | Uomo dabbene, torna a casa: è buio. | Il bevitore esca dalla taverna. | Chi giuoca a zara, lasci il tavoliere. | Uscite, o guaite, per veder se alcuno | va per la terra senza lume o fuoco. | Affretta il passo, o peregrino, e trova | qualche uscio aperto, ove tu chieda albergo. | Ora in palagio tuonano le porte, | i catenacci stridono e le chiavi, | serrando il re. Poi tace ultima anch'essa | la lunga lugubre campana. (Il Sacro Impero, VIII, vv. 1-14)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Triste il convito senza canto, come | tempio senza votivo oro di doni; | ché questo è bello: attendere al cantore | che nella voce ha l'eco dell'Ignoto. (Solon, vv. 1-4)”
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“M'è lontano dalle ricciute chiome, | quanto il sole; sì, ma mi giunge al cuore, | come il sole: bello, ma bello come | sole che muore. (Solon, vv. 49-52)”
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“Dileguare! e altro non voglio: voglio | farmi chiarità che da lui si effonda. | Scoglio estremo della gran luce, scoglio | su la grande onda, || dolce è da te scendere dove è pace: | scende il sole nell'infinito mare; | trema e scende la chiarità seguace | crepuscolare. || La Morte è questa! il vecchio esclamò. Questo, | ella rispose, è, ospite, l'Amore. (Solon, vv. 53-62)”
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“E il poeta fin che non muoia l'inno, | vive, immortale, || poi che l'inno (diano le rosee dita | pace al peplo, a noi non s'addice il lutto) | è la nostra forza e beltà, la vita, | l'anima, tutto. (Solon, vv. 74-79)”
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“Or va, però che mite ho il cuore: | voglio che il male ti germogli un bene. (Il cieco di Chio, vv. 118-119)”
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“[...] per tentar che feci | le irrequïete palpebre, più nulla | io vidi delle cose altro che l'ombra, | pago, finché non m'apparisti al raggio | della tua voce limpida, o fanciulla | di Delo, o palma del canoro Inopo, | sola tu del mio sogno anche più bella, | maggior dell'ombra che di te serpeggia | nel mio segreto pallido tramonto. (Il cieco di Chio, vv. 127-135)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Dormian, sì, tutti; e tra il lor muto sonno | giungeva un vasto singhiozzar dal mare. | Piangean le figlie del verace Mare, | nel nero Ponto, l'ancor vivo Achille, | lontane, ch'egli non ne udisse il pianto. | Ed altre, sì, con improvviso scroscio | ululando montavano alla spiaggia, | per dirgli il fato o trarlo a sé; ma in vano: | fuggian con grida e gemiti e singhiozzi | lasciando le lor bianche orme di schiuma. (La cetra d'Achille, II, vv. 31-40)”
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“Ecco apparì l'Aurora che la terra | nera toccava con le rosee dita. (Le Memnonidi, vv. 1-2)”
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“[...] ed allora una voce ecco al cavallo | girare attorno, che sonava al cuore | come la voce dolce più che niuna, | come ad ognuno suona al cuor sol una. (Antìclo, vv. 17-20)”
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“[...] l'antro d'affaccendate api sonoro, | quando in crateri ed anfore di pietra | filano la soave opra del miele. (Il sonno di Odisseo, IV, vv. 61-63)”
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“Non altra terra se non là, nell'aria, | quella che in mezzo del brocchier vi brilla, || o Pezetèri: errante e solitaria | terra, inaccessa. Dall'ultima sponda | vedete là, mistofori di Caria, || l'ultimo fiume Oceano senz'onda. | O venuti dall'Haemo e dal Carmelo, | ecco, la terra sfuma e si profonda || dentro la notte fulgida del cielo. (Alexandros, I, vv. 2-10)”
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“Il sogno è l'infinita ombra del Vero. (Alexandros, II, v. 20)”
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“Figlio d'Amynta! io non sapea di meta | allor che mossi. Un nomo di tra le are | intonava Timotheo, l'auleta: || soffio possente d'un fatale andare, | oltre la morte; e m'è nel cuor, presente | come in conchiglia murmure di mare. || O squillo acuto, o spirito possente, | che passi in alto e gridi, che ti segua! | ma questo è il Fine, è l'Oceano, il Niente... | e il canto passa ed oltre noi dilegua. – (Alexandros, IV, vv. 31-40)”
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“E così, piange, poi che giunse anelo: | piange dall'occhio nero come morte; | piange dall'occhio azzurro come cielo. || Ché si fa sempre (tale è la sua sorte) | nell'occhio nero lo sperar, più vano; | nell'occhio azzurro il desiar, più forte. (Alexandros, V, vv. 41-46)”
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“Ognun guardava ai cieli, come stanco, | stanco nel cuore; ognuno avea vicino | il dolce uguale ruminar del branco. || Sostava sino all'alba del mattino | il cuor del gregge, sazio di mentastri; | ma il cuore de' pastori era in cammino || sempre; ch'erano erranti come gli astri, | essi: avean la bisaccia irta di peli | al collo, e tra i ginocchi i lor vincastri, || e cinti i lombi, e nella mano steli | d'issopo. E alcuno, come è lor costume, | cantava, fiso, come stanco, ai cieli. (In Oriente, I, vv. 7-18)”
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“Pietra ch'è nel Mar morto e non affonda, | la vita! Cosa grave che galleggia, | e va e va dove la porta l'onda! (In Oriente, II, vv. 29-31)”
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“E un canto invase allora i cieli: | ! E i fuochi quasi spenti | arsero, e desta scintillò la brace, || come per improvvisa ala di venti | silenzïosi, e si sentì nei cieli | come il soffio di due grandi battenti. (In Oriente, II, vv. 45-51)”
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“Erano in alto nubi, pari a steli | di giglio, sopra Betlehem: già pronti | erano, in piedi, attoniti ed aneli, || i pastori guardando di sui monti, | e chi presso le tombe, onde una voce | uscìa di culla, e chi presso le fonti, | onde un tumulto scaturìa di foce: | [...]. (In Oriente, II, vv. 51-57)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Grande, lungo le molte acque al sussurro | del fiume eterno, sopra i sette monti, | bianca di marmo in mezzo al cielo azzurro, || Roma dormiva. Agli archi quadrifronti | battea la luna; e il Tevere sonoro | fiorìa di spuma percotendo ai ponti. || Alto fulgeva col suo tetto d'oro | il Capitolio: ma la notte mesta | adombrava la via sacra del Foro. (In Occidente, I, vv. 1-9)”
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“Dischiuso il tempio era di Giano. | Esso attendeva, coi serrami infranti, | l'aquile che predavano lontano. (In Occidente, I, vv. 20-22)”
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“Roma dormiva, ebbra di sangue. I ludi | eran finiti. In sogno le matrone | ora vedean gladïatori ignudi. || Ne' triclini ai dormenti le corone | eran cadute, e s'imbevean le rose | nel sangue che fluì dal mirmillone. || Dormivan su le umane ossa già róse, | le belve in fondo degli anfiteatri; | e gli schiavi tornati erano cose. (In Occidente, II, vv. 23-31)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Roma dormiva. Uno vegliava, un Geta | gladïatore. Egli era nuovo, appena | giunto: il suo piede, bianco era di creta. || L'avean, col raffio, tratto dall'arena | del circo; e nello spolïario immondo | alcun nel collo gli aprì poi la vena. || Rantolava; il silenzio era profondo: | il cader lento d'una goccia rossa | solo restava del fragor del mondo. (In Occidente, III, vv. 45-53)”
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“Stormi di gru fuggivano le brume, | schiere di cigni come bianche navi | fendeano l'acqua d'un ceruleo fiume. | Veniano sparse alle lor note travi | le rondini. E tu, bruna aquila, a piombo | dal cielo in vano sopra lor calavi. (Paulo Vcello, cap. III)”
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“O Paulo uccello, sii come i foresti | fratelli tuoi! Chè chi non ha, non pecca. | Non disïare argento, oro, due vesti. | Buona è codesta, color foglia secca, | tale qual ha la tua sirocchia santa, | la lodoletta, che ben sai che becca | due grani in terra, e vola in cielo, e canta. (Paulo Vcello, cap. VI)”
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“Cercava sempre, ed era ormai vegliardo. | Cercava ancora, al raggio della vaga | lampada, in terra, la perduta dramma. | L'avrebbe forse ora così sorpreso | con quella fioca lampada pendente, | e gliel'avrebbe con un freddo soffio | spenta, la Morte. E presso a morte egli era! [...] | Ed e' vestì la veste rossa e i crudi | calzari mise, e la natal sua casa | lasciò, lasciò la saggia moglie e i figli, | e per la steppa il vecchio ossuto e grande | sparì [...]. (Tolstoi, cap. I)”
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“Nella città rissavano i maggiori | ed i minori; e gli uni avean le spade, | gli altri i pugnali, ed erano di cenci | questi coperti, e que' vestian di ferro; | gli uni più forza, gli altri avean più odio. | Ed ai minori si mescean le donne | forte strillanti e i figlioletti ignudi. | E quelle labbra quasi rosse ancora | del bere al petto, impallidian già d'ira. (Tolstoi, cap. IV, vv. 1-9)”
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“Narran le pie leggende | che ogni uomo è un pellegrin; | un angelo il difende | nei dubbi del cammin. (Il pellegrino, vv. 1-4)”
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“Ridon siringhe del color di lilla | sopra la mensa e odorano viole: | la capinera è tra gli aranci: brilla | tremulo il sole. || Tu pur, poeta, hai rifiorito il cuore | e trilli e frulli hai nella fantasia. | Le ignave brume e l'umile dolore | sorgi ed oblìa. (Maggio, vv. 1-8)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Amici suoi che foste, avete udita | mai la sua voce? "O tomba oscura e forte, | in cui m'affanna i sonni della morte, | ineluttabil incubo, la vita! || Ah! vivo io, vivo. O prole mia sfuggita | a questa forse invidiata sorte, | come risuona sempre a queste porte | la tua querela timida, infinita! (A un amico di mio padre, vv. 1-8)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Allor che Amore, ne' desiri errante, | portando al cuore il sovvenir di lei, | coronò di martir li occhi di Dante, || ed ei parlava ai pallidi romei | e lo traeva intelligenza nuova | là, dove pura luce, da te sei. || Era il suo canto come di chi trova | nel solo esilio, ed era il suo pensiero | come cielo che in mare immenso piova. (La mirabile visione, vv. 1-9)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Per ghiacciai, rupi, burroni, | ogni picco ha i suoi moschetti, | ogni monte i suoi cannoni, | ogni varco i nostri petti. | Puoi dormire, Italia, al piano: | dormi, Tevere lontano, | dormi, fragoroso Po. (La vedetta delle Alpi, vv. 8-14)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Re Vittorio: immobilmente | ti vediamo grandeggiare, | non nel Pantheon silente | ma in cospetto al nostro mare. | Tu sei desso, il buono, il forte... | chi parlò della tua morte? | Sei tornato: ave, gran Re. || Te così vedemmo in testa | di spossati battaglioni | tra il fragor della tempesta | e la romba dei cannoni. | Il gentil sangue latino | salì teco a San Martino, | e l'Italia ebbe il suo Re. (A Vittorio Emanuele, vv. 1-14)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“L'arpa d'oro | pende ai salici: | il canoro | vento l'agita: | il poeta vede e ode, | ode e gode. || Non le dita | mie la tocchino! | L'infinita | anima l'animi! | Arpa, al vento, al sole, oscilla, | brilla, squilla! (Il poeta ozioso, vv. 1-12)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Viene viene la Befana, | vien dai monti a notte fonda. | Come è stanca! la circonda | neve, gelo e tramontana. | Viene viene la Befana. || Ha le mani al petto in croce, | e la neve è il suo mantello | ed il gelo il suo pannello | ed è il vento la sua voce. | Ha le mani al petto in croce. || E s'accosta piano piano | alla villa, al casolare, | a guardare, ad ascoltare | or più presso or più lontano. | Piano piano, piano piano. (La Befana, 1900, vv. 1-15)”
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“Al suon dell'alba che tintinna, | nella culla il bimbo si desta, | saluta il sole e gli fa festa, | poi chiama: Papà!... || E sua madre piange, e lo ninna, | ché il babbo è morto, e non verrà. (Chi sa?, 1907, vv. 1-6)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“E non è il giorno, che si muta casa? | l'otto di maggio? E non è questa l'ora | di mezzodì, quando si lascia il carro, | pieno di sedie e trespoli e strapunti, | avanti l'uscio della nuova casa? (San Michele, maggio 1908, vv. 1-5)”
Giovanni Pascoli (1855–1912) said by 1912 at the latest wikiquote:it, CC BY-SA 4.0 source
“Ben venga Maggio | e il gonfalon selvaggio! | S'avanza sotto il cielo azzurro | il verde bosco che s'è mosso; | ha dentro un cupo suo sussurro, | ha dentro un rauco fiato grosso. | È rosso rosso | il gonfalon selvaggio! || Ben venga! È gente che sui capi | solleva il ramuscel d'ulivo; | e quel sussurro è ronzìo d'api | seguenti il ramo fuggitivo; | e il rosso vivo | è dei rosai di Maggio! (Calendimaggio, 21 aprile 1906, vv. 15-28)”
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“Né ci si lodi, se per incanto | vestiam di frutti gl'ispidi rami! | Il nostro savio cuore soltanto | vuol che ci s'ami; || che si ritorni, che si ripeta, | che il nostro miele prenda chi giunge! | Alfredo, è un'ape, certo, il poeta, | ma che non punge. (Ad Alfredo Caselli, vv. 21-28)”
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“Se vedo in alto il fiume | latteo di nebulose | in due partire il cielo; | se un rio, quaggiù, con piume | d'ala e foglie di rose | piano urtare uno stelo; | penso, Victor, a te. || Odo un ruggito: io penso | a te. Un vagito, un pianto: | io penso a te. Sul lido | fuma il mare, l'incenso | sull'are, un fiore è infranto, | Scheepers è ucciso... Io grido: | Victor Hugo dov'è? (A Victor Hugo, 24 gennaio 1902, vv. 1-14)”
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“La vita, ov'arde breve ora un piccolo | fuoco che presto mutasi in cenere; | che vana, che nulla vapora, | ma un fumo esalando, che odora. (A Severino Ferrari, 4 aprile 1900, vv. 5-8)”
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“L'antica selva ho là, sul mar, che trema | per grida atroci o per melodie sante: | in quella selva s'agita il poema | sacro di Dante. || L'eroe là tenni che al chiaror di luna | vedesse Dante errare per le lande | e gli parlasse, e preparasser una | Roma più grande. (Romagna, 1907, vv. 9-16)”
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“Questo è il sabato di Maria. || Le fanciulle fanno i fioretti: | questa non guarda sulla via, | quella si priva dei confetti. | Bionde vergini, santo sia | questo sabato di Maria. || Non guardate dalla finestra; | non toccate la ; | ma spargete fior di ginestra, | mormorate qualche preghiera. | Questo è il sabato di Maria. (Il sabato delle fanciulle, vv. 1-11)”
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“Non dire – Io lodo quel cantore – | dì piuttosto – Amo quel canto. – | Sì. Ama del rosaio il fiore: | non ti chiede il pruno tanto. | Ti dice: – Io son la trista cosa! | schiva il pruno, ama la rosa! — (A una giovinetta, 1904, vv. 1-6)”
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“O dolci cuori, in cui entra, piange e muore | il segreto dolor d'un altro cuore: | e poi sospese e tremule due stille | lascia alla foglia delle due pupille. (A due sorelle, 1908, vv. 1-4)”
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“Son tutti i Santi, e in cielo è la tempesta. | È la tua festa, ma il tuo viso è smorto. || Dolce sorella, non piegar la testa | come gli smorti fiori del nostro orto! || Sorella pia, non esser così mesta | come son mesti i fiori che ti porto! || Suonano, senti, le campane a festa! | Suonano un poco, e poi... suonano a morto! (Ognissanti del 1906, vv. 1-8)”
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“Sono tanti anni che in amore e in pace | noi camminiamo questa oscura vita, || vedendo, all'alba, un pio baglior fugace, | vedendo, a sera, tenebra infinita. || Sostiamo ogni anno ad una nuova croce, | per riposare dalla lunga via: || udiamo il suono d'una stessa voce | che di lontano dice, Ave, Maria! (Ognissanti del 1908, vv. 1-8)”
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